La ceramografia etrusca fra età tardo-classica ed ellenismo

Mauro Cristofani

pp. 89-114, Tavv. 22

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Abstract

Quando, cinque anni or sono, mi fu proposto di scrivere un saggio di carattere generale sulla ceramografia etrusca a figure rosse, destinato a un’opera collettanea, non poco fu il disagio che provai di fronte a una letteratura disomogenea. L’opera di Beazley (non certo la migliore dello studioso inglese), pur con il suo consapevole carattere pionieristico («The treatment may appear somewhat scrappy in places: the groups small, many isolate piece, the relation of one group to another vague, thè location of the fabrics uncertain, the dates not precisely determined», egli scrive nella Prefazione), ha costituito una gabbia obbligata, per l’autorevolezza di chi l’aveva costruita. Ne sono così derivate revisioni prive di un adeguato riferimento a più ampie prospettive storico-artistiche, aggiunte timorose, pochi e recenti tentativi di interpretazione delle rappresentazioni, spesso fin troppo arditi, o, al massimo, proiezioni dei rinvenimenti su carte di distribuzione, utili per profili di storia economica
La mia revisione, supportata anche dagli studi di Benedetta Adembri e Fernando Gilotta (che hanno avuto il merito di (ri)esaminare il terreno più difficile delle prime produzioni di Falerii, dell’area tiberina e di Vulci, e non quello delle ovvie serie meccaniche di produzione falisco-ceretana), mi convinse a esporre i risultati cui ero pervenuto in forma sintetica, quale mi permetteva la sede in cui appariva il saggio, fornendo soprattutto orientamenti e spunti per una ricerca futura. Avrei certo potuto diluire gli esiti di quelle esplorazioni in monografie o in contributi di natura erudita o bellettristica (che non mancano nella bibliografia più recente), ma avrei certamente forzato la mia formazione e la mia natura, aliene da simili operazioni. […]