Rivista di epigrafia etrusca REE

Contributi di: Benelli, E.; Bentz, M.; Briquel, D.; Brocato, P.; Cherici, Armando; Colonna, Giovanni; Cristofani, Mauro; Di Gennaro, F.; Gaultier, Françoise; Gran-Aymerich, G.; Macellari, R.; Mangani, E.; Martelli, M.; Pandolfini, M.; Paschinger, E.; Rendeli, Marco; Rix

pp. 289-368, Tavv. 14

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Abstract

Più corposa delle precedenti e più ricca quanto a numero di collaboratori, questa puntata della Rivista presenta diversi motivi di interesse. Comprende anzitutto la scheda (n. 73) dell'importante iscrizione ceretana incisa su un calice d’impasto conservato al Louvre (Collezione Campana 3414): alle vecchie edizioni era sfuggita l’etruscità di un testo della metà del VII secolo a.C. che, includendo il gentilizio mezentie, lega ormai indissolubilmente a Caere il noto personaggio virgiliano. Numeroso, come di consueto, il gruppo di iscrizioni ceretane. Fra quelle arcaiche s’impongono all’attenzione uno dei rari esempi di doppio testo concernente un’unica persona (n. 13), il riconoscimento della ‘firma’ d’artefice dipinta su una celebre pisside del Louvre (n. 74), il recupero di un’iscrizione già nota con l’integrazione del nome di vaso zavena (n. 75). Fra quelle ellenistiche si segnala il reperimento in archivio del disegno di un cippo il cui titolare è designato dal gentilizio clevsina (n. 17), reso famoso dalla recente scoperta del nome del pretore C. Genucios Clousinos inciso sulla parete di ambienti sotterranei rinvenuti nell’area urbana: il cognome, pertanto, potrebbe essere derivato dal gentilizio della famiglia ceretana (non tarquiniese, come pure si è pensato per l’esclusiva occorrenza di clevsina, almeno finora, a Tarquinia: sul problema si veda quanto ho scritto in Prospettiva 49, 1987, p. 4).
Il corpus dei graffiti pyrgensi [nn. 21-41) presenta altre novità: a parte l’incertezza che grava sulla ipotizzata lettura del nome etruscizzato di Astarte su un frustulo ceramico (n. 31), il complesso delle dediche a Śuri e a Cavtha, divinità apparentemente paredre nel santuario locale, trova riscontri in altre iscrizioni presentate in questa stessa puntata. La rilettura di un testo inciso su uno skyphos attico a figure rosse da Orvieto («. 50) permette infatti di riguadagnare non solo il nome di Cavtha sempre in redazione arcaica, ma anche il suo appellativo seχ, che pone direttamente la divinità in rapporto parentelare con un’altra (d’altro canto apa e ati, anche isolati, ricorrono in altre dediche santuariali: si veda al proposito la scheda n. 30 con la letteratura lì ricordata): probabilmente con il sole, secondo una proposta non nuova, cui si era giunti attraverso la famosa glossa di Dioscuride (TLE 823) e, soprattutto, il passo di Marziano Capella (I, 50-51), dove Celeritas è solis filia. Anche il nome di Śuri ricorre su una nuova dedica vulcente («. 68), ma associato, questa volta, a un’altra divinità femminile, Thufltha. […]

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