Rivista di epigrafia etrusca

A cura di Luciano Agostiniani;Giovanni Colonna;Adriano Maggiani

Contributi di: A. Gaucci; E. Govi; G. Giannecchini; M. A. Turchetti; G. Paolucci; M. Bonamici; E. Taccola; M. Rodinò; A. Trapassi; P. Tamburini; M. Maturo; C. Pellegrino; V. Petta; I. M. Muntoni; F. Rossi; S. Bruni; J. F. Tulipano; G. M. Facchetti; D. Briquel; R. Macellari; A. Naso; A. Maggiani; G. Paolucci; B. Corradini; D. F. Maras; E. Benelli; A. Morandi; L. P. Fedeli; G. Colonna.

pp. 213-336 e 16 Tavole

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Abstract

Malgrado le difficoltà che la diffusione del COVID 19 ha posto alla raccolta, da parte dei curatori della Rivista, ma soprattutto alla stesura, da parte degli autori, dei testi, a causa dell’inagibilità dei depositi delle Soprintendenze, nonché di musei e biblioteche pubbliche, anche questa puntata della REE esce con un cospicuo numero di documenti, oltre settanta, 32 nella prima, 37 nella seconda e 2 nella terza parte. Le quattro iscrizioni (1-4) che aprono la rassegna sono il risultato di un attento riesame della collezione delle stele felsinee del Museo Archeologico di Bologna, che ha fornito testi finora rimasti – incredibilmente – inosservati, che restituiscono gentilizi e termini del lessico. L’area padana è inoltre splendidamente rappresentata dal nuovo frammento iscritto dall’area del tempio di Uni a Marzabotto (5) dove era allocato anche un culto della dea Vei, come si evince dal testo stesso dell’iscrizione. Ancora tra gli inediti si segnalano un piccolo gruppo di epigrafi dal santuario dell’acropoli di Volterra (11-16), diverse iscrizioni funerarie di Chiusi e del suo territorio (7-10), di Perugia (6), di Orvieto e di Bolsena (18-20); degno di nota è anche un piccolo frammento che reca probabilmente lettere etrusche e latine da Cosa (17). Significativa è la presenza di iscrizioni dalla Campania, sia da Capua (21-22) che da Pontecagnano (23-25), cui si aggiunge anche il n. 32, sebbene non ne sia nota la provenienza precisa, ed eccezionalmente dall’Apulia, da Arpi (26). Spicca tra i pezzi di provenienza sconosciuta, accanto alle due urne fittili chiusine di cui è memoria su documenti relativi alla antica collezione Gualtieri (27-28), lo splendido specchio in collezione privata, con didascalie e formula di dono (29). Numerose sono come detto le iscrizioni edite al di fuori della Rivista, con un primo nucleo di epigrafi funerarie aretine (37-39) e chiusine (40-43), e con un frammento di tegola con due lettere etrusche da Cosa (52), mentre tra le correzioni di testi editi vanno segnalate oltre alla nota dedica a Selvans da Pennabilli (36) e alla lunga epigrafe di Piansano (53), le molte iscrizioni con il termine suθina: in un caso si conferma la provenienza populoniese di un nucleo di ben sei testi su suppellettili di bronzo (46-51), già attribuiti se pur dubitativamente a Volsinii; in un secondo caso, relativo a specchi con figure mitologiche iscritte, l’erroneo numero di sei occorrenze, registrato nella nuova edizione degli "Etruskische Texte", è stato corretto a tre sole (54-56). Vogliamo segnalare anche l’interessantissimo gruppo di nove gemme con iscrizioni, etrusche latine o falische (57-65), un numero davvero rilevante di testi, anche se in qualche caso essi ingenerano perplessità. Non poche del resto sono le falsificazioni, che in qualche caso restituiscono interessanti episodi di storia del collezionismo (come è il caso del n. 67). Un interesse del tutto particolare suscita il documento, fatto conoscere di recente, e sul quale bisognerà ritornare, che ricorda il rinvenimento nel 1822 in Val di Chiana di una scultura funeraria con lettere incise (66), che è praticamente identica alla famosa statua-cinerario da Casalta in Valdichiana, ora al British Museum di Londra, che però sarebbe stata scoperta oltre mezzo secolo dopo.

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